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L’Istituto e le ricerche negli anni di Nicola

Il 25 giugno l’Irsifar ha organizzato un seminario dedicato a Nicola Gallerano, che dell’Istituto è stato a più riprese Presidente. In seguito, due dei relatori hanno scelto di mettere a disposizione i loro interventi per il sito dell’istituto. Pubblichiamo qui il contributo di Andrea Sangiovanni, dedicato alle trasmissioni radiofoniche curate da Gallerano, per il quale ha attinto al Fondo Gallerano dell’Archivio dell’Irsifar.

L’Istituto e le ricerche negli anni di Nicola

di Lidia Piccioni

L’intervento che segue, e che ho pensato per la giornata dedicata a Nicola Gallerano dall’Irsifar, vuole essere un percorso a cavallo tra ricostruzione della vita dell’Istituto negli anni attraversati dalla sua presenza e mozione di sentimenti. E sono davvero grata all’Istituto, e in particolare ad Annabella Gioia, per avermi chiesto di farlo.

Cominciamo dai sentimenti: ho conosciuto Nicola a cavallo degli anni Ottanta, avevo meno di trent’anni, mi ero appena laureata e facevo parte di un gruppetto di “giovani” (così ci chiamavano, “i giovani”) che speravano di potersi incamminare sulla strada della ricerca.

Una speranza che, rispetto ad oggi, era di fatto egualmente preda della precarietà, ma in modo più inconsapevole. Eravamo fiduciosi: un po’perché il mondo del lavoro, fino a quel momento, era stato più dinamico di quanto poi si sarebbe velocemente dimostrato; un po’ perché – e questo è il punto che desidero qui sottolineare – era possibile inserirsi, se appena si aveva un po’ di entusiasmo e intraprendenza, in una fitta rete di iniziative, luoghi, istituzioni culturali che offrivano l’opportunità di incontrarsi e formarsi.

In particolare, a Roma, l’Istituto Gramsci, la Fondazione Basso, l’Istituto Cervi, l’Istituto Sturzo e, importantissimo per noi, l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, il più piccolo e povero di fondi ma, proprio per questo, un luogo da frequentare con più disinvoltura, in libertà. Presto, per il nostro gruppo, “l’Istituto”. 

Animatori di questi luoghi erano nomi che hanno fatto il dibattito storiografico del Novecento, con cui però era possibile, fuori dell’Accademia, interloquire. Si potevano con frequenza ascoltare e, cosa rara, ci ascoltavano.

All’Irsifar, anche, tanti nomi di peso – basti per tutti quello di Claudio Pavone – e tra questi Nicola Gallerano che, a sua volta, faceva un po’ la differenza. Nicola, nonostante l’autorevolezza scientifica e la differenza d’età  (circa 15 anni, tanti in quel momento della vita),  era capace di instaurare un rapporto orizzontale, veniva la sera alle nostre feste e – come ha avuto piacere di ricordarlo in questa ricorrenza la figlia Silvia – portava la chitarra, amava cantare e stare in compagnia. Oltre a formarci, contribuendo ai momenti di confronto e discussione in Istituto, di aggiornamento rispetto alle nuove correnti storiografiche italiane e, cosa non banale allora, internazionali, era interessato ai nostri progetti e non si sottraeva mai a un consiglio individuale rispetto alle nostre inevitabili ansie. Fino ad offrire un aiuto pratico dell’ultimo momento nel formulare una domanda di concorso.

Ecco: il ricordo primario che ho di quegli anni è quello di un tessuto complessivo di riferimento, per la nostra crescita culturale e professionale, articolato e ricco di occasioni, ma da cui Nicola emerge con una confidenza in più, una familiarità in più. In una parola: “l’adoravamo”!

E veniamo alla ricostruzione storica. Ho cercato di farla ripercorrendo le pubblicazioni periodiche dell’Istituto, dai suoi primi anni (è stato fondato nel 1964) fino alla scomparsa di Nicola Gallerano avvenuta nel 1996; un lavoro che mi ha coinvolto e quasi commosso per la ricchezza di fili che sono andati intrecciandosi in questo arco temporale e che, man mano che sfogliavo le pagine, scorrevo i resoconti delle cose fatte e i diversi interventi, mi passavano davanti agli occhi, e in buona misura rivedevo.[1]

Nicola è presente praticamente da subito nella vita dell’Istituto, appena tornato a Roma da Milano dove aveva avuto la sua prima nomina come archivista di Stato e dove aveva già avviato una collaborazione  con l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, con cui l’Istituto romano era (ed è nelle successive trasformazioni) federato.[2]

Dal 1971 fa parte del Direttivo per poi ricoprire la carica di presidente dal 1977 al 1979 (Ester Fano vicepresidente, Anna Rossi Doria segretario). Un importante momento di passaggio, questo, in cui l’Istituto, come sappiamo da riflessioni successive,[3] viene da un periodo difficile, pieno di contrasti e fratture politico-culturali che si fanno storiografiche nell’apertura alla stagione degli studi sul fascismo regime.

Con la presidenza Gallerano, dunque: si lavora a un superamento delle divisioni, con la presentazione di una lista unica per il rinnovo degli organi che possa esprimere le diverse tendenze, mentre cominciano ad arrivano volti e generazioni nuove; si percepisce chiaramente una inedita apertura alla storia sociale e, più in generale, a uno scambio con le scienze sociali (compaiono collaboratori come Sandro Portelli e Eugenio Cirese); si rinforza il dibattito sui temi internazionali; la Resistenza viene collocata all’interno di una analisi cronologica sempre più ampia; accanto all’attività di ricerca e alle iniziative pubbliche l’Istituto intensifica l’impegno rispetto alla didattica, presente sin all’inizio ma ora valorizzato anche dalla partecipazione alla sperimentazione nei corsi delle “150 ore”, entrata in quel momento nel vivo.

Non a caso l’impostazione di Nicola tira la volata a Enzo Forcella che lo seguirà alla presidenza fino al 1989: una figura del tutto diversa rispetto ai predecessori, non uno storico ma uomo di cultura, espressione del mondo della comunicazione (da poco nominato direttore della terza rete radiofonica della Rai).[4] Nell’introduzione ai “Quaderni” del 1980, Forcella scrive, infatti, che lo spirito con cui ha accettato da outsider l’incarico che gli è stato affidato è strettamente legato all’allargamento del concetto di storia e storiografia in corso. “Una storia, quindi, che sposta l’accento dall’approccio etico-politico, o peggio politico-diplomatico, a quello antropologico. Con tutto quel che segue […]”,[5] sottolineando inoltre l’importanza per l’Istituto del riconoscimento anche economico da parte delle Istituzioni che operano nel territorio (come il contributo regionale ottenuto nel 1978) e, più in generale, dell’apertura alla collaborazione con altri soggetti,[6] anche come modo per coinvolgere nuovi studiosi, in particolare giovani.

Seguono anni ricchi di iniziative e tra queste non posso che scegliere l’insieme di attività connesse al quarantesimo anniversario della Liberazione di Roma (giugno 1984), in particolare il Convegno “L’altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943-1945” (che diventerà di lì a poco un volume, tuttora punto di partenza ineludibile per gli studi sul periodo[7]) e il ciclo di trasmissioni per la Terza rete radiofonica della Rai.

A queste trasmissioni è qui dedicata l’analisi approfondita di Andrea Sangiovanni, quindi non mi dilungo nell’illustrarle, ma come dicevo non posso non citarle perché mi consentono di ritornare per un momento sulla relazione personale con Nicola. Incaricata di occuparmi della raccolta documentaria sia per il Convegno sia, soprattutto, per le  cinque trasmissioni relative al “Regno del Sud” (con un contratto da programmista-regista, la scoperta della cui retribuzione mi fece spalancare gli occhi…), ho potuto infatti per mesi affiancare Nicola nel lavoro preparatorio. Da qui mi porto il ricordo della sua acutezza di analisi, la velocità con cui sfogliava le schede che avevo preparato, sceglieva, chiedeva, rilanciava (gli occhiali poggiati sulla fronte, con lo stesso gesto che ho visto fare a Silvia nella festa di ieri sera per seguire i testi  delle canzoni). Un fuoco continuo di idee e nuovi compiti per me ma anche, come dicevo prima, ascolto, spazio e attenzione per le idee di una persona più giovane, rispetto, non solo uso.

Più complessivamente in questo snodo del quarantennale c’è già tutto.

  • Una visione del fare ricerca ampia, di respiro, la ripresa di temi già praticati (del periodo conclusivo della guerra Gallerano aveva cominciato ad occuparsi sin dalla sua tesi di laurea) ma declinati in modo innovativo.
  • La pratica della storia sociale con attenzione al rapporto tra locale e nazionale, attraverso la valorizzazione della specificità dei diversi spazi della penisola.

E insieme un’anticipazione di quella storia culturale, da lì a poco così centrale nei percorsi della storiografia, dove la seconda guerra mondiale diviene portale di riflessione sull’irrompere della società di massa e dei processi di americanizzazione nell’Italia repubblicana.

  • La messa in campo, per nuove angolazioni di lettura, di più fonti possibili, dalla documentazione alleata (da poco raggiungibile), alla letteratura, alle fonti della soggettività, orale e scritta. E dunque, nella pratica, del confronto interdisciplinare.
  • E, non da ultimo, l’idea di dare esito a tutto questo su più livelli, tra cui quello della comunicazione a un pubblico non strettamente specialistico. L’uso del mezzo radiofonico, la teatralizzazione dei documenti, la messa in onda delle voci degli intervistati, in una parola il coraggio di affrontare la sfida dei mass media senza lo snobismo (allora ancora così radicato) dell’accademia.

Al punto di inserirsi come voce narrante nelle trasmissioni e, addirittura, cantare… Un aspetto, questo della partecipazione in prima persona al prodotto finale, niente affatto banale o di poco conto, dato che ancora se ne discute oggi a proposito delle modalità di realizzazione dei podcast, ma risolto da Nicola con lieta naturalezza…

Una leggerezza che si univa allo spessore di un lavoro rigoroso. Dopo di allora, per professione, di convegni ne ho fatti tanti, ma raramente mi sono poi trovata all’interno di una preparazione iniziata quasi un anno prima con la finalità di stimolare contributi originali e dove, lo ribadisco, si dava la possibilità a tutti, anche ai collaboratori più giovani, di contribuire alla pari con un proprio risultato. 

Nell’Annale del 1991, infine, ritroviamo Nicola di nuovo presidente (con Antonio Parisella vice presidente e Simona Lunadei direttrice).  Lo è dal 1989 fino al 1996, anno in cui verrà a mancare.

Particolarmente interessante ed utile per capire questo momento è la sua presentazione all’Annale stesso, dove riassume le linee guida di un rinnovato impegno.[8]

In primo luogo ad esplicitarsi è la volontà di fare della vita dell’Istituto, primariamente, un investimento civile e culturale, tanto più significativo e necessario in anni drammatici di passaggio per il Paese come quelli allora in corso. E dare a questa impostazione visibilità.

Quindi: attività di ricerca, occasioni di dibattito e riflessione storiografica, seminari di aggiornamento insegnanti e interventi nelle scuole, tutte iniziative – sottolinea Nicola – che devono però nascere da gruppi collettivi di lavoro, “secondo una tradizione che abbiamo sempre privilegiato, pur consapevoli delle difficoltà non piccole che questa scelta comporta”. Terreno comune l’incrocio tra presente e passato, non perdere di vista l’attenzione per l’oggi.

Di fatto, ci troviamo in presenza della definitiva codificazione di un passaggio già da tempo voluto. Scrive ancora Nicola: “l’Istituto non è più solo un luogo deputato allo studio del fascismo e della Resistenza ma ha l’ambizione di intervenire, nei limiti delle sue forze, sui problemi della società e della storia contemporanea, utilizzando competenze non solo storiografiche”. E Antonio Parisella ribadisce e specifica: “Un istituto di Storia contemporanea con attenzione alla realtà territoriale, ma con interessi generali”.[9]

E allora quali sono le attività e i filoni di interesse di cui i due Annali danno conto in quei primi anni Novanta per l’Istituto?

I movimenti giovanili, dagli anni Sessanta al presente, sulla spinta della “Pantera” che è tornata ad infiammare le Università (da qui, su iniziativa di Marco Grispigni e Leonardo Musci, l’avvio del progetto “Memoria di carta”, tuttora parte viva del nostro Archivio).

Una riflessione metodologica sulle fonti orali, presente sin dall’inizio nell’Istituto ma ora resa ancor più esplicita e consapevole dalla partecipazione di Alessandro Portelli al Direttivo.

Gli studi, appena entrati in una rinnovata stagione storiografica, sui movimenti migratori, e quelli da poco davvero affrontati sulla decolonizzazione.

L’uso della “memoria”, con particolare attenzione per le memorie femminili, indagate in particolare in due ricerche, una sul periodo della guerra, l’altra sulle donne negli anni Cinquanta.[10]

Nell’insieme, dunque, sempre più attenzione ai nessi tra storia-memoria-soggettività e il modo di “maneggiarli” nella ricerca, mentre viene affacciandosi il tema dell’identità e dell’oblio, in stretta connessione con il terremoto in corso nella vita politico-sociale italiana.

E ancora: Stati Uniti, storia urbana, metropoli, periferie…

Un ventaglio di iniziative e aperture di orizzonti maturate negli anni, come abbiamo visto, che ancora una volta si coagula e confluisce in diversi seminari e convegni, tra cui memorabili: “L’uso pubblico della storia”, del 1993 e “La Resistenza tra storia e memoria”, del 1995, l’ultimo impegno pubblico di Nicola Gallerano.[11]

Evidentemente già “solo” su queste due occasioni ci sarebbe tanto da dire, ma non è questa la sede per farlo.

Semplicemente una parola sull’“uso pubblico della storia”: una vera e propria intuizione di Nicola dove troviamo il fondarsi di un nuovo modo di intendere questa forma di comunicazione, oggi così praticata e anzi coll’ambizione di divenire professionalmente riconosciuta come parte del “mestiere di storico” (sono appena   reduce dal Convegno nazionale dell’AIPH, a Udine, con numeri decisamente importanti di iscritti a parlare). Allora, però, materia spinosa e guardata con sospetto, tanto che lo stesso Nicola sente la necessità di dire, nel suo saggio introduttivo, che: “L’uso pubblico della storia non è una pratica da rifiutare o demonizzare pregiudizialmente”, può essere terreno di manipolazione ma anche terreno di confronto che implica il coinvolgimento attivo dei cittadini attorno a temi essenziali da non lasciare solo agli addetti ai lavori.

Assistiamo dunque qui al fondarsi del tema e delle sue problematiche in cui già si affaccia il passaggio successivo rispetto alla semplice divulgazione, rappresentato dalla condivisione di un progetto con la società civile. Di fronte al “cattivo” uso del passato diviene centrale la responsabilità morale di riscattarlo in modo consapevole e critico, unendo le forze.

In conclusione, colpisce, nello sfogliare gli Annali del 1991 e 1992, come, al di là delle mere dichiarazioni di principio, buona parte di quei “giovani” di cui parlavamo all’inizio – me compresa – ora siano nel Direttivo e nell’organico dell’Istituto, a fianco delle figure più autorevoli. Contemporaneamente in questi stessi anni sono bandite altre borse di ricerca per giovani studiosi (tra i cui vincitori fa la sua comparsa il nome di Anna Balzarro, nostra attuale direttrice), come in passato pensate per portare a loro volta nuove presenze.  

Alcuni dei protagonisti di questo percorso, qui inevitabilmente appena tratteggiato, nel successivo trentennio hanno poi preso altre strade, alcuni, purtroppo, come Nicola, non ci sono più, ma diversi sono rimasti, l’Istituto si è ulteriormente rinnovato ma nella continuità con quella impostazione nata negli “anni di Nicola”, e se siamo ancora qui a parlarne e a parlarci, fuor di retorica, davvero molto lo dobbiamo a lui.


[1] Le successive pubblicazioni periodiche espresse dall’Irsifar che ho consultate, tutte conservate presso la sua sede, sono costituite da: “Quaderni”, 1969, 1971, 1980, 1981; “Bollettino”, 1972-1978; “L’Annale”, 1991, 1992, 1996 (dove troviamo in apertura il ricordo di Nicola scritto da Mariuccia Salvati).

[2] La collaborazione con i gruppi di ricerca del Nazionale continua anche da Roma; da qui i suoi interventi in: L’Italia dei quarantacinque giorni: studi e documenti, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano 1969; G. Bertolo et al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano, Feltrinelli, 1974. Rispetto all’attività dell’Irsifar la sua prima partecipazione che ritroviamo nei “Quaderni” (n. 1, 1969) è come relatore per il ciclo di lezioni sui Governi italiani dal 25 luglio 1943 al 18 aprile 1948, nella primavera 1969,  insieme, tra gli altri, a Elena Aga Rossi, Enzo Piscitelli, Leo Valiani.

[3]  A. Parisella, Nonostante tutto. Appunti sulla vicenda dell’Irsifar 1963/1990, in “L’Annale ‘91”, pp. 11-19.

[4] Nel suo Direttivo, nei “Quaderni” del 1980 e 1981, troviamo Paola Carucci, poi nel nuovo millennio a lungo presidente dell’Istituto; “comandati” Massimo Ilardi, Rossella Ricci e Guido Crainz, che molto collaborerà con Nicola.

[5] E. Forcella, Presentazione, in “Quaderni”, n. 3, 1980, pp. 5-7.

[6] E’ il caso delle borse di studio sulla storia dei poligrafici romani messe a disposizione dal “Messaggero”, con il coordinamento scientifico dell’Istituto, e assegnate nel febbraio 1981, che hanno poi portato al volume: D. Scacchi, G. Sircana, L. Piccioni, T. Lombardo, Operai tipografi a Roma 1870-1970, Franco Angeli, Milano 1984.

[7] N. Gallerano (a cura di), L’altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985.

[8] “L’Annale ‘91”, pp. 5-8.

[9] Ivi, rispettivamente p. 8 e p. 19. In questa direzione, sottolinea sempre Parisella, vanno le modifiche allo Statuto approvate il 29 marzo 1990 (e riportate nell’Annale stesso).

[10] Tra i nomi delle ricercatrici ritroviamo: Simona Lunadei, Francesca Kock, Annabella Gioia, Simonetta Piccone Stella, Gemma Luzzi, Vittoria Gallina, Marcella Fagioli, Stefania Raspin.

[11] Atti pubblicati, entrambi a cura di N. Gallerano, rispettivamente: Franco Angeli, Milano 1995 e Mursia, Milano 1999.

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Nicola Gallerano. Le trasmissioni a Radio Tre

Il 25 giugno l’Irsifar ha organizzato un seminario dedicato a Nicola Gallerano, che dell’Istituto è stato a più riprese Presidente. In seguito, due dei relatori hanno scelto di mettere a disposizione i loro interventi per il sito dell’istituto. Pubblichiamo qui il contributo di Andrea Sangiovanni, dedicato alle trasmissioni radiofoniche curate da Gallerano, per il quale ha attinto al Fondo Gallerano dell’Archivio dell’Irsifar.

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Nicola Gallerano. Le trasmissioni a Radio Tre

di Andrea Sangiovanni

Vorrei innanzitutto ringraziare in modo non formale l’Irsifar per questa iniziativa e per avermi invitato a tenere questa relazione.

Mi scuserete se non entro immediatamente in argomento ma credo sia utile fare una piccola premessa personale, anche per il tono dell’incontro, fra riflessione e memoria, quindi con una inevitabile componente soggettiva.

Quando Annabella mi ha parlato dell’iniziativa su Gallerano e della possibilità che io intervenissi sui suoi programmi radiofonici, ho accettato subito con entusiasmo, tanto è il debito che ho accumulato nel tempo nei confronti del lavoro di Gallerano, anche semplicemente come lascito ideale e come – direi – persistenza di alcune sue intuizioni e ricerche nel dna stesso dell’irsifar. Subito dopo, però, è subentrato un po’ di timore – quasi reverenziale – anche perché io non ho mai conosciuto personalmente Gallerano e ho incontrato le sue ricerche solo nel corso della mia formazione, anche se hanno avuto un ruolo importante. Il timore, poi, è accresciuto dal fatto che qui ci sono alcuni dei protagonisti di quella stagione di studi e dei programmi di cui vi devo parlare: persone a cui – di nuovo – devo molto e che sono state centrali nella mia formazione e che sicuramente potrebbero dire molte più cose (e molto più giuste) di quante non ne potrò dire io adesso.

Per queste ragioni, dunque, ho pensato che il contributo di una qualche originalità che potrei dare a questo pomeriggio dovrebbe basarsi proprio su questa distanza generazionale. Vorrei quindi ragionare con voi del ciclo di trasmissioni Guerra e vita quotidiana in Italia tra 1943 e 1945 mettendolo a confronto con una delle cose di cui mi sto occupando ultimamente, ovvero gli attuali modelli di racconto storico in formato audio, i podcast.

Entrando finalmente in argomento, la prima cosa da dire è: di che cosa stiamo parlando?

Di un ciclo di trasmissioni radiofoniche intitolato, appunto, Guerra e vita quotidiana in Italia tra 1943 e 1945 che va in onda su Radiotre dal 6 novembre all’11 dicembre 1984, intorno alle 22,30. Le puntate hanno una durata variabile, tra i quaranta e i cinquanta minuti, qualcuna anche di più, e il ciclo è nettamente diviso in due parti, con una puntata di interludio. La prima parte è intitolata La Repubblica del Nord e consta di 5 episodi (parti, nel linguaggio dell’epoca). È curata da Giovanni De Luna, per la regia di Bruno Gambarotta, ed è realizzata negli studi di Torino della Rai. Il primo episodio s’intitola Vivere con le bombe. Ne seguono tre dedicati a La guerra in città intitolati rispettivamente: La riduzione del tempo e dello spazio, Il pane e la legna, La voglia di vivere. L’ultimo, infine, è dedicato a La guerra nelle campagne e s’intitola La strategia per la sopravvivenza.

Il 24 novembre c’è la puntata di interludio, la sesta del ciclo, intitolata 16 ottobre 1943. Strategia della sopravvivenza per gli ebrei romani durante l’occupazione e curata da Anna Foa e David Meghnagi.

E infine, dal 27 novembre all’11 dicembre ci sono le cinque puntate conclusive dedicate al Regno del Sud. Queste sono quelle curate direttamente da Nicola Gallerano, con la regia di Sergio Vecchio: nelle prime tre Gallerano è anche la voce narrante. I titoli sono, rispettivamente: Terra incognita? Gli americani e l’Italia; Contadini contro cittadini; e È arrivata l’America? Gli anni del mercato nero. Nelle ultime due, invece, Gallerano compare come ricercatore, mentre quelli che erano citati come ricercatori nelle precedenti puntate, sono ora gli autori: Guido Crainz per la quinta puntata intitolata Propaganda e informazione tra Eiar e Rai e Lidia Piccioni, sempre insieme a Crainz, per l’ultima intitolata L’Arcipelago liberato, Roma e il sud. Crainz è anche la voce narrante di queste due ultime puntate.

Nell’archivio Gallerano ci sono tre fogli manoscritti con un testo che spiega il programma: dal tono si può ipotizzare che fosse un articolo, però il testo non è completo e io non l’ho trovato poi pubblicato.

Il testo dice:

«A partire da martedì 6 novembre, va in onda su Radiotre un programma in 11 puntate sulla seconda guerra mondiale in Italia. In primo piano non sono gli aspetti militari e neppure le vicende politiche o la Resistenza ma i loro effetti e i modi in cui furono vissuti dalla grande maggioranza della popolazione. Vita quotidiana, dunque: una quotidianità “anomala”, sconvolta dalla eccezionalità e dalla inaudita carica distruttiva degli eventi bellici…»

Ho pensato che fosse utile citarvelo, sia per introdurre le carte dell’archivio Gallerano, che sono molto utili per ricostruire la genesi del programma, sia per mettere subito in evidenza un elemento fondamentale del programma: il punto di vista è quello “dal basso”, delle vicende soggettive, delle memorie e dei vissuti. Una storia sociale e culturale, che potremmo quasi definire “piccola” (soprattutto per quella stagione storiografica) ma non per contrapporla alla “grande storia”: infatti, la lezione di Gallerano è che questa storia sociale e culturale debba essere affiancata a quella politico-istituzionale perché permette di capire meglio quella stagione. Una lezione di metodo e un’originalità di sguardo notevoli per l’inizio degli anni Ottanta.

Ancora un documento dall’archivio Gallerano: un appunto preparatorio per una trasmissione che, pur riferendosi allo stesso tema, va in onda dieci anni dopo. Sono infatti datati 4 luglio 1995 e, pur non essendo citata, la trasmissione dovrebbe essere una puntata di Storia d’Italia, condotta da Stefano Catucci, all’interno del contenitore Radiotre Suite.

Ve lo faccio vedere perché mi sembra interessante quello che c’è scritto all’inizio e che poi è stato cancellato: la memoria e la storia. Guardare questo appunto è come aprire la “cassetta degli attrezzi” dello storico Gallerano e seguire (o meglio: ipotizzare) la sua riflessione, il modo in cui pensava di sviluppare il discorso, e di come però abbia poi cambiato idea perché non si trattava tanto di memoria (parola oggi molto usata ma concetto scivoloso per lo storico), quanto – com’è scritto subito sotto – di un incontro fra culture e civiltà differenti.

Come potete notare, ci sono anche degli appunti sulle musiche: tre brani che costituiscono un po’ una strada interpretativa. Il primo è un boogie woogie, l’incontro con una cultura musicale diversa ma già presente – sebbene mediata – in Italia. Il secondo è Tammuriata nera che è proprio la canzone dell’incontro e dell’assimilazione con la cultura altra proveniente dagli Stati Uniti (e che Gallerano canta anche, in una delle puntate di Guerra e vita quotidiana in Italia). E infine c’è Tu vo’ fa l’Americano che, sebbene di alcuni anni dopo, rappresenta bene il modo in cui l’assimilazione tra culture avviene, una assimilazione mediata dall’ironia e quindi distaccata.

Mi sembra significativo che la musica sia tenuta presente da Gallerano negli appunti preparatori di un programma. Perché anche questo indica la sua modernità di storico che considera la musica, le canzoni, non come un sottofondo, un elemento accessorio, di abbellimento, ma anzi come un elemento portante del discorso, una fonte per un discorso storico.

Torniamo a Gallerano: begli anni Ottanta, collabora assiduamente con Radiotre. Quelli sono gli anni della direzione di Enzo Forcella, che era iniziata nel 1976 e durerà un decennio.

Per esempio, dall’80 all’86 Gallerano partecipa alla Rassegna delle rassegne, ovvero la rassegna stampa delle riviste culturali, per cui cura periodicamente la sezione tematica dedicata alle riviste di storia.

Oppure partecipa come ospite, insieme a Claudio Pavone, nella trasmissione di Guido Crainz sull’8 settembre 1943 dal punto di vista dei media intitolata Se una storia si farà, che va in onda l’8 settembre 1983.

E credo che sia importante sottolineare quella che può apparire solo una coincidenza ma che, invece, sembra avere un ruolo importante nell’elaborazione di questo progetto radiofonico. A partire dal 1979,  Forcella è anche il presidente dell’Irsifar (e Gallerano lo era stato subito prima, dal 1976 al 1979). Pur non essendo uno storico, Forcella aveva sempre avuto una particolare attenzione per la storia e la ricerca storica, da Plotone d’esecuzione al lavoro uscito postumo sulla Resistenza in convento, passando per il saggio sul blackout informativo dell’8 settembre, un “suo” tema, che torna anche in queste trasmissioni radiofoniche. Così come tornano una sensibilità per la storia dal basso, soggettiva, fatta di molti materiali e fonti che solo in quegli anni iniziavano a destare l’interesse degli storici professionali.

Insomma, al di là degli indubbi meriti di chi ha realizzato il programma, mi sembra che sia necessario ricordare che in quella Radiotre si creano delle condizioni del tutto particolari per un lavoro innovativo, che in parte si lega alla grande tradizione degli audiodocumentari ma che, allo stesso tempo, è una sorta di messa a punto di una stagione di ricerche che qui possono essere presentate ad un pubblico ampio e con un linguaggio in parte nuovo. Gli anni della direzione di Forcella, infatti, sono anni particolarmente felici per Radiotre: è una stagione iniziata subito dopo la riforma della Rai, di profondo rinnovamento ma anche, allo stesso tempo, di difficoltà per la radio, vista ormai sempre più come la “sorella minore” della televisione, la cui governance, quindi, viene modellata proprio sulla base di quella televisiva, peraltro con una netta separazione tra la rete e le testate giornalistiche. Nel corso del tempo, questo modello organizzativo, unitamente alla concorrenza delle radio private, porterà ad un calo degli ascolti, finché, a partire dall’87 la platea radiofonica delle private supererà quella della Rai.

Quando nasce nel 1976, Radiotre viene dalla tradizione prestigiosa ma polverosa del Terzo Canale culturale, nel quale la cultura era intesa come qualcosa di elitario. È proprio Forcella a rompere questo clima, aprendo la rete alle voci nuove, innanzitutto delle donne e dei giovani, ma anche all’informazione, attraverso Prima pagina e Spazio Tre (e poi Terza pagina). Spiegando il suo progetto di radio sul Radiocorriere TV, Forcella scrive a metà anni ’70 che «Cultura non vuol dire “élite” ma informazione e in quanto tale essa deve essere allargata a tutti». E aggiunge: «Prima ci si rivolgeva ad una ristretta platea di “accademici universitari”, adesso cerchiamo di agganciare quel pubblico nuovo da cui emerge la domanda culturale».

Ci riuscirà, perché, nonostante le critiche che arrivano sul Radiocorriere TV – e a cui Forcella risponde cortesemente ma fermamente –, gli ascolti aumentano, anche se Radiotre rimane sempre la meno sentita fra le emittenti Rai. Certo, i dati ci dicono anche che tra gli anni Settanta e Ottanta, il pubblico è ancora abitudinario, soprattutto quando è maturo e colto come quello di Radiotre. Infatti, è soprattutto il pubblico delle reti locali e delle private a praticare un ascolto casuale e distratto, cosa che il tipo di programmi di Radiotre evidentemente non permetteva. Di sicuro non lo permetteva Guerra e vita quotidiana in Italia che, tuttavia, è anche uno di quei programmi capaci di interpretare e intercettare – almeno in parte – la nuova “domanda culturale” di cui la rete voleva farsi interprete.

E, del resto, quelli sono anni in cui questa nuova domanda culturale si riflette anche sul piano storiografico, che proprio allora attraversa una importante stagione di rinnovamento.

E direi proprio che Guerra e vita quotidiana si colloca nel punto d’intersezione tra una nuova forma di comunicazione della storia, intendo una storia raccontata attraverso la radio utilizzando il linguaggio radiofonico, e una stagione storiografica nuova. E, infatti, proprio il tema centrale della trasmissione, la dimensione quotidiana nel Regno del Sud, avrà il suo esito storiografico nel convegno L’altro dopoguerra e nella successiva pubblicazione.

Passiamo quindi al programma, che si può ascoltare su RaiPlaysound.

Qui potete vedere la prima pagina del copione – ancora non “trattato” – che si trova nelle carte di Gallerano.

La struttura è tradizionale e alterna diversi elementi:

  • Un testo principale, che è letto dallo stesso Gallerano, e che spesso per lunghi tratti non è accompagnato da nessun sottofondo musicale;
  • Una musica – tutta d’epoca, spesso tratta dai dischi originali, come viene detto ad un certo punto e come si deduce dai rumori del disco stesso – che spezza il testo e accompagna l’ascoltatore da un tema ad un altro;
  • le testimonianze – lettere, diari, brani letterari – lette da attori;
  • talvolta delle interviste

A sentire oggi Guerra e vita quotidiana in Italia tra 1943 e 1945 ci sono diverse cose che colpiscono. Soprattutto se lo confrontiamo con la maggior parte dei podcast storici presenti sulle piattaforme di ascolto.

Innanzitutto, colpiscono la ricchezza delle fonti e la profondità della lettura interpretativa. È un programma che, seguendo la lezione degli audiodocumentari, non si limita a narrare un evento, come accade nella maggior parte delle produzioni odierne, ma si prende il tempo per spiegare e fornire delle chiavi interpretative.

E lo fa con una scrittura profonda: vorrei dire, una scrittura molto più vicina a quella di un saggio che a quella di un testo divulgativo o radiofonico. Una scrittura molto diversa da quella che oggi si è soliti trovare nel podcast, anche storici, che è invece una scrittura più narrativa, con una costruzione che punta a coinvolgere ed emozionare l’ascoltatore, con forme di storytelling – appunto – emozionali, basate sullo show, don’t tell.

Una conferma viene proprio dal copione: gli elementi paratestuali ovviamente sono diversi ma la struttura è proprio quella di un saggio, in cui le puntate sono i capitoli, e i paragrafi sono i blocchi di testo separati o dagli elementi sonori (gli stacchi musicali) o le citazioni. E, infatti, ogni blocco di testo è accompagnato da un numero, appunto come se fosse un paragrafo.

Nella pagina iniziale del copione c’è un appunto che mi sembra confermare quanto sto dicendo: «La seconda e la terza parte hanno una numerazione progressiva delle pagine perché sono state concepite in modo unitario». Poi, segue un’annotazione per così dire “radiofonica”: se il testo dovesse risultare troppo lungo per la puntata potrebbe essere separato con piccoli aggiustamenti.

Anche il modo in cui Gallerano legge il testo rinforza la sensazione di trovarci di fronte ad una scrittura profonda, di tipo saggistico, più che divulgativo.

Come potremmo definire la sua performance? efficacemente neutra? Come narratore, ovviamente, Gallerano non fa una lettura attoriale, interpretativa. Anzi, adotta un tono piano che, però, non è piatto, e presenta le giuste sottolineature e gli opportuni cambi di tono e di timbro per farsi seguire e mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore.

L’attenzione dell’ascoltatore è stimolata anche dalle fonti che vengono usate: molta letteratura, molti diari, molte lettere. Tutte fonti fortemente soggettive, cioè, che sono quindi emozionanti ed appassionanti, e la cui dimensione emotiva è sottolineata dal fatto che vengano lette da attori. Allo stesso tempo, però, esse non sono solo “colore”, abbellimento di un testo, ma ne sono parte integrante: introducono un tema, un punto di vista, un elemento contraddittorio e rivelatore del mondo complesso che il documentario presenta.

Anche qui abbiamo una conferma che viene dal copione: tendenzialmente questi copioni sono piuttosto puliti, e presentano poche correzioni. Ovviamente non sappiamo a che stadio di elaborazione siano: probabilmente sono in uno stato di elaborazione quasi conclusivo, e per questo non ci sono molti cambiamenti. Infatti, ci sono anche alcune pagine di una delle puntate successive molto rimaneggiate.

Comunque, vi faccio vedere qui un esempio di questi cambiamenti, che mi sembra interessante per notare il lavoro sullo stile espositivo che punta alla sintesi ed è molto attento a non essere didascalici ma, allo stesso tempo, a non cercare un’eccessiva sottigliezza analitica che potrebbe risultare poco comprensibile.

Non sappiamo con precisione se queste annotazioni siano dello stesso Gallerano o, com’è più probabile, del regista, o comunque frutto di una discussione tra i due. Ma, in ogni caso, è interessante questo processo di semplificazione della scrittura.

Per esempio, su una questione essenziale come quella della “democratizzazione” il testo iniziale viene eliminato per rinviare semplicemente alle parole di una testimone d’eccezione, evidentemente considerate sufficientemente efficaci ed esplicative.

Scriveva infatti:

«“Democratizzazione” è un concetto ambiguo: può significare l’auspicio a un puro e semplice ripristino delle forme di un governo rappresentativo sotto la pesante tutela alleata; la trasmissione di modelli di vista, valori e comportamenti dei paesi vincitori, considerati i migliori possibili e legittimati appunto dalle vittorie militari; una sincera enfasi democratica, che cerca interlocutori tra le forze politiche italiane della sinistra democratica».

Tutto questo viene eliminato per rinviare semplicemente alle parole di Bourke-White: «Ecco ad esempio l’opinione della…»

L’abbondanza delle fonti, l’articolazione dell’analisi, e i precedenti lavori di Gallerano, ci fanno capire come questo documentario non sia un episodio estemporaneo ma il frutto maturo di una lunga ricerca che Gallerano portava avanti da molti anni e che, in quegli stessi anni, avrebbe prodotto altri risultati come il convegno dell’Irsifar e il volume L’altro dopoguerra, edito proprio nel 1985. Guerra e vita quotidiana è – diciamo così – la sua versione non accademica, per non specialisti.

E questa è la differenza più grande dal modello odierno dell’audioracconto di storia: che la maggior parte dei podcast di storia non sono il frutto di una ricerca originale, ma la sintesi di narrazioni già prodotte, in cui ciò che conta è soprattutto, appunto, la narrazione, lo storytelling.

Tanto Guerra e dopoguerra è complesso e riflessivo, stratificato, un lavoro in cui si coglie la capacità dello storico di ricondurre ad unità e linearità una vicenda articolata e contraddittoria, molteplice, e costituita da una pluralità di punti di vista che si intersecano e si accavallano (e infatti è spesso costruito su opposizioni binarie come contadini e cittadini, che certo semplificano ma, allo stesso tempo, hanno la capacità di illustrare la contraddittorietà); tanto oggi si preferisce un racconto emotivamente coinvolgente ma lineare e poco contraddittorio e articolato.

E infatti il testo di Gallerano adotta la terza persona o la forma impersonale del racconto storico; mentre i podcast spesso adottano un registro emotivo, a cui si presta bene la prima persona della narrazione finzionale. La maggior parte dei podcast, per quanto in molti casi facciano dell’ottima divulgazione, possono essere considerati come un prodotto d’intrattenimento; qui, invece, abbiamo un approfondimento.

Ecco, io credo che sia questo il punto fondamentale, e anche l’alta cifra del lavoro di Gallerano. Questo documentario è la trasposizione in formato radiofonico dell’UPS di Gallerano, cioè del suo modo di interpretare e intendere l’Uso Pubblico della Storia: una storia che si colloca fuori dagli ambienti accademici ma che, allo stesso tempo, non rinuncia alla complessità e alla specificità della storia. Qualcosa che non deve essere demonizzato in quanto appropriazione politica ma che, anzi, deve essere praticato perché capace di generare molti frutti.

Forse oggi l’ascolto di queste puntate potrebbe risultare ostico ad un pubblico poco abituato a narrazioni complesse, che richiedono attenzione e concentrazione, però, sicuramente, continuano ad essere un modello di narrazione storica con strumenti non accademici. Qualcosa che ancora oggi molti storici fanno fatica a pensare come parte integrante della loro professione, e che invece Gallerano non solo aveva capito molto bene, ma che praticava anche con grande abilità e, anche, credo, con la capacità di fertilizzare chi lavorava con lui. E questo, accanto ai risultati delle sue ricerche, all’originalità del suo sguardo, è un altro segno – mi viene da dire – della sua modernità.

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Premio Gallerano AIPH-IRSIFAR 2026

L’IRSIFAR è lieta di annunciare il nuovo Bando 2026 del Premio Gallerano di Public History -AIPH.
Qui il link dal sito di AIPH per  tutti i dettagli:
https://premiogallerano 2026.org/19445

Partecipate!
SCADENZA PROROGATA AL 31 MARZO!

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