Presso Sapienza-Università di Roma, Sala Odeon, Facoltà di Lettere, Piazzale Aldo Moro, 5, si terrà un convegno organizzato nel trentennale del movimento studentesco della “Pantera”.
Il 25 giugno l’Irsifar ha organizzato un seminario dedicato a Nicola Gallerano, che dell’Istituto è stato a più riprese Presidente. In seguito, due dei relatori hanno scelto di mettere a disposizione i loro interventi per il sito dell’istituto. Pubblichiamo qui il contributo di Andrea Sangiovanni, dedicato alle trasmissioni radiofoniche curate da Gallerano, per il quale ha attinto al Fondo Gallerano dell’Archivio dell’Irsifar.
L’Istituto e le ricerche negli anni di Nicola
L’intervento che segue, e che ho pensato per la giornata dedicata a Nicola Gallerano dall’Irsifar, vuole essere un percorso a cavallo tra ricostruzione della vita dell’Istituto negli anni attraversati dalla sua presenza e mozione di sentimenti. E sono davvero grata all’Istituto, e in particolare ad Annabella Gioia, per avermi chiesto di farlo.
Cominciamo dai sentimenti: ho conosciuto Nicola a cavallo degli anni Ottanta, avevo meno di trent’anni, mi ero appena laureata e facevo parte di un gruppetto di “giovani” (così ci chiamavano, “i giovani”) che speravano di potersi incamminare sulla strada della ricerca.
Una speranza che, rispetto ad oggi, era di fatto egualmente preda della precarietà, ma in modo più inconsapevole. Eravamo fiduciosi: un po’perché il mondo del lavoro, fino a quel momento, era stato più dinamico di quanto poi si sarebbe velocemente dimostrato; un po’ perché – e questo è il punto che desidero qui sottolineare – era possibile inserirsi, se appena si aveva un po’ di entusiasmo e intraprendenza, in una fitta rete di iniziative, luoghi, istituzioni culturali che offrivano l’opportunità di incontrarsi e formarsi.
In particolare, a Roma, l’Istituto Gramsci, la Fondazione Basso, l’Istituto Cervi, l’Istituto Sturzo e, importantissimo per noi, l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, il più piccolo e povero di fondi ma, proprio per questo, un luogo da frequentare con più disinvoltura, in libertà. Presto, per il nostro gruppo, “l’Istituto”.
Animatori di questi luoghi erano nomi che hanno fatto il dibattito storiografico del Novecento, con cui però era possibile, fuori dell’Accademia, interloquire. Si potevano con frequenza ascoltare e, cosa rara, ci ascoltavano.
All’Irsifar, anche, tanti nomi di peso – basti per tutti quello di Claudio Pavone – e tra questi Nicola Gallerano che, a sua volta, faceva un po’ la differenza. Nicola, nonostante l’autorevolezza scientifica e la differenza d’età (circa 15 anni, tanti in quel momento della vita), era capace di instaurare un rapporto orizzontale, veniva la sera alle nostre feste e – come ha avuto piacere di ricordarlo in questa ricorrenza la figlia Silvia – portava la chitarra, amava cantare e stare in compagnia. Oltre a formarci, contribuendo ai momenti di confronto e discussione in Istituto, di aggiornamento rispetto alle nuove correnti storiografiche italiane e, cosa non banale allora, internazionali, era interessato ai nostri progetti e non si sottraeva mai a un consiglio individuale rispetto alle nostre inevitabili ansie. Fino ad offrire un aiuto pratico dell’ultimo momento nel formulare una domanda di concorso.
Ecco: il ricordo primario che ho di quegli anni è quello di un tessuto complessivo di riferimento, per la nostra crescita culturale e professionale, articolato e ricco di occasioni, ma da cui Nicola emerge con una confidenza in più, una familiarità in più. In una parola: “l’adoravamo”!
E veniamo alla ricostruzione storica. Ho cercato di farla ripercorrendo le pubblicazioni periodiche dell’Istituto, dai suoi primi anni (è stato fondato nel 1964) fino alla scomparsa di Nicola Gallerano avvenuta nel 1996; un lavoro che mi ha coinvolto e quasi commosso per la ricchezza di fili che sono andati intrecciandosi in questo arco temporale e che, man mano che sfogliavo le pagine, scorrevo i resoconti delle cose fatte e i diversi interventi, mi passavano davanti agli occhi, e in buona misura rivedevo.[1]
Nicola è presente praticamente da subito nella vita dell’Istituto, appena tornato a Roma da Milano dove aveva avuto la sua prima nomina come archivista di Stato e dove aveva già avviato una collaborazione con l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, con cui l’Istituto romano era (ed è nelle successive trasformazioni) federato.[2]
Dal 1971 fa parte del Direttivo per poi ricoprire la carica di presidente dal 1977 al 1979 (Ester Fano vicepresidente, Anna Rossi Doria segretario). Un importante momento di passaggio, questo, in cui l’Istituto, come sappiamo da riflessioni successive,[3] viene da un periodo difficile, pieno di contrasti e fratture politico-culturali che si fanno storiografiche nell’apertura alla stagione degli studi sul fascismo regime.
Con la presidenza Gallerano, dunque: si lavora a un superamento delle divisioni, con la presentazione di una lista unica per il rinnovo degli organi che possa esprimere le diverse tendenze, mentre cominciano ad arrivano volti e generazioni nuove; si percepisce chiaramente una inedita apertura alla storia sociale e, più in generale, a uno scambio con le scienze sociali (compaiono collaboratori come Sandro Portelli e Eugenio Cirese); si rinforza il dibattito sui temi internazionali; la Resistenza viene collocata all’interno di una analisi cronologica sempre più ampia; accanto all’attività di ricerca e alle iniziative pubbliche l’Istituto intensifica l’impegno rispetto alla didattica, presente sin all’inizio ma ora valorizzato anche dalla partecipazione alla sperimentazione nei corsi delle “150 ore”, entrata in quel momento nel vivo.
Non a caso l’impostazione di Nicola tira la volata a Enzo Forcella che lo seguirà alla presidenza fino al 1989: una figura del tutto diversa rispetto ai predecessori, non uno storico ma uomo di cultura, espressione del mondo della comunicazione (da poco nominato direttore della terza rete radiofonica della Rai).[4] Nell’introduzione ai “Quaderni” del 1980, Forcella scrive, infatti, che lo spirito con cui ha accettato da outsider l’incarico che gli è stato affidato è strettamente legato all’allargamento del concetto di storia e storiografia in corso. “Una storia, quindi, che sposta l’accento dall’approccio etico-politico, o peggio politico-diplomatico, a quello antropologico. Con tutto quel che segue […]”,[5] sottolineando inoltre l’importanza per l’Istituto del riconoscimento anche economico da parte delle Istituzioni che operano nel territorio (come il contributo regionale ottenuto nel 1978) e, più in generale, dell’apertura alla collaborazione con altri soggetti,[6] anche come modo per coinvolgere nuovi studiosi, in particolare giovani.
Seguono anni ricchi di iniziative e tra queste non posso che scegliere l’insieme di attività connesse al quarantesimo anniversario della Liberazione di Roma (giugno 1984), in particolare il Convegno “L’altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943-1945” (che diventerà di lì a poco un volume, tuttora punto di partenza ineludibile per gli studi sul periodo[7]) e il ciclo di trasmissioni per la Terza rete radiofonica della Rai.
A queste trasmissioni è qui dedicata l’analisi approfondita di Andrea Sangiovanni, quindi non mi dilungo nell’illustrarle, ma come dicevo non posso non citarle perché mi consentono di ritornare per un momento sulla relazione personale con Nicola. Incaricata di occuparmi della raccolta documentaria sia per il Convegno sia, soprattutto, per le cinque trasmissioni relative al “Regno del Sud” (con un contratto da programmista-regista, la scoperta della cui retribuzione mi fece spalancare gli occhi…), ho potuto infatti per mesi affiancare Nicola nel lavoro preparatorio. Da qui mi porto il ricordo della sua acutezza di analisi, la velocità con cui sfogliava le schede che avevo preparato, sceglieva, chiedeva, rilanciava (gli occhiali poggiati sulla fronte, con lo stesso gesto che ho visto fare a Silvia nella festa di ieri sera per seguire i testi delle canzoni). Un fuoco continuo di idee e nuovi compiti per me ma anche, come dicevo prima, ascolto, spazio e attenzione per le idee di una persona più giovane, rispetto, non solo uso.
Più complessivamente in questo snodo del quarantennale c’è già tutto.
E insieme un’anticipazione di quella storia culturale, da lì a poco così centrale nei percorsi della storiografia, dove la seconda guerra mondiale diviene portale di riflessione sull’irrompere della società di massa e dei processi di americanizzazione nell’Italia repubblicana.
Al punto di inserirsi come voce narrante nelle trasmissioni e, addirittura, cantare… Un aspetto, questo della partecipazione in prima persona al prodotto finale, niente affatto banale o di poco conto, dato che ancora se ne discute oggi a proposito delle modalità di realizzazione dei podcast, ma risolto da Nicola con lieta naturalezza…
Una leggerezza che si univa allo spessore di un lavoro rigoroso. Dopo di allora, per professione, di convegni ne ho fatti tanti, ma raramente mi sono poi trovata all’interno di una preparazione iniziata quasi un anno prima con la finalità di stimolare contributi originali e dove, lo ribadisco, si dava la possibilità a tutti, anche ai collaboratori più giovani, di contribuire alla pari con un proprio risultato.
Nell’Annale del 1991, infine, ritroviamo Nicola di nuovo presidente (con Antonio Parisella vice presidente e Simona Lunadei direttrice). Lo è dal 1989 fino al 1996, anno in cui verrà a mancare.
Particolarmente interessante ed utile per capire questo momento è la sua presentazione all’Annale stesso, dove riassume le linee guida di un rinnovato impegno.[8]
In primo luogo ad esplicitarsi è la volontà di fare della vita dell’Istituto, primariamente, un investimento civile e culturale, tanto più significativo e necessario in anni drammatici di passaggio per il Paese come quelli allora in corso. E dare a questa impostazione visibilità.
Quindi: attività di ricerca, occasioni di dibattito e riflessione storiografica, seminari di aggiornamento insegnanti e interventi nelle scuole, tutte iniziative – sottolinea Nicola – che devono però nascere da gruppi collettivi di lavoro, “secondo una tradizione che abbiamo sempre privilegiato, pur consapevoli delle difficoltà non piccole che questa scelta comporta”. Terreno comune l’incrocio tra presente e passato, non perdere di vista l’attenzione per l’oggi.
Di fatto, ci troviamo in presenza della definitiva codificazione di un passaggio già da tempo voluto. Scrive ancora Nicola: “l’Istituto non è più solo un luogo deputato allo studio del fascismo e della Resistenza ma ha l’ambizione di intervenire, nei limiti delle sue forze, sui problemi della società e della storia contemporanea, utilizzando competenze non solo storiografiche”. E Antonio Parisella ribadisce e specifica: “Un istituto di Storia contemporanea con attenzione alla realtà territoriale, ma con interessi generali”.[9]
E allora quali sono le attività e i filoni di interesse di cui i due Annali danno conto in quei primi anni Novanta per l’Istituto?
I movimenti giovanili, dagli anni Sessanta al presente, sulla spinta della “Pantera” che è tornata ad infiammare le Università (da qui, su iniziativa di Marco Grispigni e Leonardo Musci, l’avvio del progetto “Memoria di carta”, tuttora parte viva del nostro Archivio).
Una riflessione metodologica sulle fonti orali, presente sin dall’inizio nell’Istituto ma ora resa ancor più esplicita e consapevole dalla partecipazione di Alessandro Portelli al Direttivo.
Gli studi, appena entrati in una rinnovata stagione storiografica, sui movimenti migratori, e quelli da poco davvero affrontati sulla decolonizzazione.
L’uso della “memoria”, con particolare attenzione per le memorie femminili, indagate in particolare in due ricerche, una sul periodo della guerra, l’altra sulle donne negli anni Cinquanta.[10]
Nell’insieme, dunque, sempre più attenzione ai nessi tra storia-memoria-soggettività e il modo di “maneggiarli” nella ricerca, mentre viene affacciandosi il tema dell’identità e dell’oblio, in stretta connessione con il terremoto in corso nella vita politico-sociale italiana.
E ancora: Stati Uniti, storia urbana, metropoli, periferie…
Un ventaglio di iniziative e aperture di orizzonti maturate negli anni, come abbiamo visto, che ancora una volta si coagula e confluisce in diversi seminari e convegni, tra cui memorabili: “L’uso pubblico della storia”, del 1993 e “La Resistenza tra storia e memoria”, del 1995, l’ultimo impegno pubblico di Nicola Gallerano.[11]
Evidentemente già “solo” su queste due occasioni ci sarebbe tanto da dire, ma non è questa la sede per farlo.
Semplicemente una parola sull’“uso pubblico della storia”: una vera e propria intuizione di Nicola dove troviamo il fondarsi di un nuovo modo di intendere questa forma di comunicazione, oggi così praticata e anzi coll’ambizione di divenire professionalmente riconosciuta come parte del “mestiere di storico” (sono appena reduce dal Convegno nazionale dell’AIPH, a Udine, con numeri decisamente importanti di iscritti a parlare). Allora, però, materia spinosa e guardata con sospetto, tanto che lo stesso Nicola sente la necessità di dire, nel suo saggio introduttivo, che: “L’uso pubblico della storia non è una pratica da rifiutare o demonizzare pregiudizialmente”, può essere terreno di manipolazione ma anche terreno di confronto che implica il coinvolgimento attivo dei cittadini attorno a temi essenziali da non lasciare solo agli addetti ai lavori.
Assistiamo dunque qui al fondarsi del tema e delle sue problematiche in cui già si affaccia il passaggio successivo rispetto alla semplice divulgazione, rappresentato dalla condivisione di un progetto con la società civile. Di fronte al “cattivo” uso del passato diviene centrale la responsabilità morale di riscattarlo in modo consapevole e critico, unendo le forze.
In conclusione, colpisce, nello sfogliare gli Annali del 1991 e 1992, come, al di là delle mere dichiarazioni di principio, buona parte di quei “giovani” di cui parlavamo all’inizio – me compresa – ora siano nel Direttivo e nell’organico dell’Istituto, a fianco delle figure più autorevoli. Contemporaneamente in questi stessi anni sono bandite altre borse di ricerca per giovani studiosi (tra i cui vincitori fa la sua comparsa il nome di Anna Balzarro, nostra attuale direttrice), come in passato pensate per portare a loro volta nuove presenze.
Alcuni
dei protagonisti di questo percorso, qui inevitabilmente appena tratteggiato,
nel successivo trentennio hanno poi preso altre strade, alcuni, purtroppo, come
Nicola, non ci sono più, ma diversi sono rimasti, l’Istituto si è ulteriormente
rinnovato ma nella continuità con quella impostazione nata negli “anni di
Nicola”, e se siamo ancora qui a parlarne e a parlarci, fuor di retorica, davvero
molto lo dobbiamo a lui.
[1] Le successive pubblicazioni periodiche espresse dall’Irsifar che ho consultate, tutte conservate presso la sua sede, sono costituite da: “Quaderni”, 1969, 1971, 1980, 1981; “Bollettino”, 1972-1978; “L’Annale”, 1991, 1992, 1996 (dove troviamo in apertura il ricordo di Nicola scritto da Mariuccia Salvati).
[2] La collaborazione con i gruppi di ricerca del Nazionale continua anche da Roma; da qui i suoi interventi in: L’Italia dei quarantacinque giorni: studi e documenti, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano 1969; G. Bertolo et al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano, Feltrinelli, 1974. Rispetto all’attività dell’Irsifar la sua prima partecipazione che ritroviamo nei “Quaderni” (n. 1, 1969) è come relatore per il ciclo di lezioni sui Governi italiani dal 25 luglio 1943 al 18 aprile 1948, nella primavera 1969, insieme, tra gli altri, a Elena Aga Rossi, Enzo Piscitelli, Leo Valiani.
[3] A. Parisella, Nonostante tutto. Appunti sulla vicenda dell’Irsifar 1963/1990, in “L’Annale ‘91”, pp. 11-19.
[4] Nel suo Direttivo, nei “Quaderni” del 1980 e 1981, troviamo Paola Carucci, poi nel nuovo millennio a lungo presidente dell’Istituto; “comandati” Massimo Ilardi, Rossella Ricci e Guido Crainz, che molto collaborerà con Nicola.
[5] E. Forcella, Presentazione, in “Quaderni”, n. 3, 1980, pp. 5-7.
[6] E’ il caso delle borse di studio sulla storia dei poligrafici romani messe a disposizione dal “Messaggero”, con il coordinamento scientifico dell’Istituto, e assegnate nel febbraio 1981, che hanno poi portato al volume: D. Scacchi, G. Sircana, L. Piccioni, T. Lombardo, Operai tipografi a Roma 1870-1970, Franco Angeli, Milano 1984.
[7] N. Gallerano (a cura di), L’altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985.
[8] “L’Annale ‘91”, pp. 5-8.
[9] Ivi, rispettivamente p. 8 e p. 19. In questa direzione, sottolinea sempre Parisella, vanno le modifiche allo Statuto approvate il 29 marzo 1990 (e riportate nell’Annale stesso).
[10] Tra i nomi delle ricercatrici ritroviamo: Simona Lunadei, Francesca Kock, Annabella Gioia, Simonetta Piccone Stella, Gemma Luzzi, Vittoria Gallina, Marcella Fagioli, Stefania Raspin.
[11] Atti pubblicati, entrambi a cura di N. Gallerano, rispettivamente: Franco Angeli, Milano 1995 e Mursia, Milano 1999.